|

2. DEPRESSIONE. CLASSIFICAZIONI
La depressione può essere osservata
da differenti angolature, a seconda della modalità con cui
viene descritta.
Colombo (2001) ne indica quattro
possibili significati:
1)
depressione come
sintomo o stato affettivo specifico
2)
depressione come
costellazione di più sintomi, e quindi come sindrome
3)
depressione come
malattia specifica, ovvero disturbo affettivo
4)
depressione come
problematica interna alla struttura psichica del soggetto
Considerando il punto di vista
sindromico, l'autore descrive la classificazione di otto diverse
forme di depressione (Colombo, 2001):
|
Tipologia |
Sintomatologia
caratteristica |
|
Depressione semplice |
Sintomi tipici della depressione:
riduzione del tono dell'umore, inibizione
ideativo-verbale, rallentamento motorio |
|
Depressione ansiosa |
In aggiunta ai sintomi tipici, ansia
intensa, talvolta polarizzata sul corpo, e lamentosità |
|
Depressione agitata |
Sintomi depressivi associati ad
intensa irrequietezza e agitazione sia motoria che
comportamentale. Spesso anche gravi sintomi vegetativi. |
|
Depressione rallentata (o stuporosa) |
Rallentamento a livello motorio e a
livello ideativo-cognitivo (bradipsichismo, difficoltà
di passaggio nel discorso a temi diversi, tendenza alla
ruminazione sulla malattia, riduzione delle capacità
mnestiche e attentive) |
|
Depressione fredda |
Sentimento di perdita della
sensibilità emotiva, anedonia, scarsa reattività
affettiva, sentimenti di estraneamento |
|
Depressione con sintomi psicotici (o
delirante) |
Presenza di deliri, con o senza
allucinazioni |
|
Depressione con disturbi cognitivi |
Marcati deficit delle funzioni
cognitive, accanto ai segni più strettamente affettivi |
|
Depressione confusa |
Co-presenza di uno stato
confusionale (funzionale) con disorientamento
spazio-temporale |
Come ricorda Colombo (2001), esiste
la tendenza di vari autori a raggruppare queste sindromi in due
categorie principali, corrispondenti a: depressioni inibite,
in cui sono prevalenti i sintomi di inibizione, rallentamento e
chiusura e depressioni agitate, contraddistinte dalla
predominanza di ansia e agitazione.
2.1 Classi
diagnostiche
2.1.1 Le malattie depressive nella classificazione di Colombo
Considerando il punto di vista
diagnostico e nosografico, Colombo (2001) suddivide le malattie
depressive in sei differenti forme, che rientrano nella
categoria dei disturbi affettivi:
A) DEPRESSIONE
NORMALE
Condizione affettiva normale e
transitoria, che si verifica successivamente ad eventi
particolarmente dolorosi od emotivamente stressanti. L'autore
sottolinea il fatto che questo tipo di depressione non
costituisce una vera e propria malattia, dal momento che l'
intensità è compatibile con l'evento che l'ha scatenata
(Colombo, 2001).
Un esempio è rappresentato dalla
reazione normale che consegue ad un lutto, in cui, generalmente,
l'individuo attraversa cinque fasi progressive (negazione,
protesta, rabbia e colpa, nostalgia, accettazione e spostamento
degli investimenti su altri oggetti) (Colombo, 2001).
B) DEPRESSIONE
REATTIVA
Questo tipo di depressione è simile
alla precedente per il fatto che consegue ad un evento
psicosociale scatenante, come può essere un lutto, una
separazione, un fallimento, ma se ne differenzia per una
maggiore intensità e durata (Colombo, 2001)
Nel caso in cui si accompagni ad
ansia, viene definita reazione ansioso-depressiva.
Si possono inserire in questa
categoria i disturbi dell'adattamento accompagnati da sintomi
affettivi (umore depresso; ansia e umore depresso); la reazione
da lutto; la sindrome della tristezza cronica (che colpisce
soggetti in contatto continuativo con problematiche personali e
familiari particolarmente frustranti, come la malattia di un
familiare); la depressione post partum e gravidica (Colombo,
2001).
C)
DEPRESSIONE NEVROTICA (o Distimia o Depressione Cronica o
Nevrosi Depressiva)
Questa forma – presente nel
DSM-IV-TR come Disturbo distimico – è caratterizzata da
problematiche di tipo narcisistico, tra cui dipendenza, angoscia
di perdita, idealizzazione-svalutazione del Sé e degli oggetti
e, talvolta, può essere collegata a sentimenti di colpa e
ambivalenza (Colombo, 2001).
L'esordio può essere conseguente ad
eventi scatenanti, che tuttavia non rivestono un'importanza
centrale come nel caso della depressione reattiva (Colombo,
2001).
D)
DEPRESSIONE MAGGIORE (o Depressione Endogena o
Melanconia)
Colombo (2001) descrive questa
forma come la corrispondente attuale della vecchia psicosi
maniaco-depressiva. Può essere caratterizzata da soli
episodi depressivi maggiori che si presentano singolarmente o
ripetuti (disturbi bipolari) oppure alternati ad episodi di
mania (disturbi bipolari) (Colombo, 2001).
Se sono presenti sintomi psicotici,
come deliri congrui col tono dell'umore e fenomeni dispercettivi,
viene anche definita depressione psicotica (classificata
da alcuni autori come una forma indipendente dalla depressione
maggiore), in cui possono manifestarsi deliri di varia natura
(di rovina, di povertà, di punizione meritata per comportamenti
o azioni indegne, di punizione divina per condotte immorali, di
malattie incurabili, di putrefazione di organi interni)
(Colombo, 2001).
Le differenze principali, descritte
da Colombo (2001), tra la depressione nevrotica e la depressione
maggiore sono riassunte nella seguente tabella:
|
Depressione
Nevrotica |
Depressione Maggiore |
|
Minor gravità e profondità |
Maggior gravità e profondità |
|
Assenza di deliri, disturbi
percettivi, distacco dalla realtà |
Maggior distacco dalla realtà e
chiusura delle relazioni. |
|
Persistente e continuativa |
Periodica e ciclica, con episodi di
durata variabile e intervallati da periodi di normalità;
si può alternare a episodi maniacali |
|
Alterazioni psicomotorie non molto
imponenti (rallentamento o inibizione) |
Maggiori alterazioni sul piano
psico-motorio (arresto o agitazione intensa) |
|
Maggior dipendenza e reattività a
fattori esterni e ambientali: possibili oscillazioni
dell'umore, durante la giornata, a seconda di
gratificazioni e frustrazioni |
Scarsa dipendenza da fattori
esterni: quadro più costante durante la giornata |
|
Tendenza ad attribuire agli altri la
colpa della propria sofferenza |
Tendenza a colpevolizzare se stessi
piuttosto che gli altri |
|
Sintomatologia più varia e
polimorfa; sono comuni i sintomi e i comportamenti
nevrotici, come fobie, ossessioni, ansia, somatizzazioni,
lamentosità, teatralità |
Assenza di sintomi nevrotici e di
disturbi di personalità pre-morbosi |
|
Disturbi somatici e neurovegetativi
meno importanti |
Maggior coinvolgimento somatico e
neurovegetativo; frequente anoressia marcata e perdita
di peso |
|
Non vi è grave inibizione delle
funzioni psichiche |
Maggior inibizione delle funzioni
psichiche e perdita di interessi e piacere in quasi
tutte le attività |
|
Risponde meno bene alla terapia
antidepressiva |
Miglior risposta agli psicofarmaci
antidepressivi |
|
Minor familiarità per i disturbi
affettivi |
Maggior familiarità per i disturbi
affettivi |
|
Peggioramento della sintomatologia
verso le ore serali e insonnia precoce (difficoltà di
addormentamento) |
Sintomatologia più grave al mattino
e insonnia tardiva (frequenti risvegli notturni e
precoce risveglio mattutino) |
E) DEPRESSIONE
SECONDARIA
Questa forma di depressione si
manifesta secondariamente a:
-
Malattie
psichiatriche (schizofrenia, alcoolismo, demenza, disturbi
nevrotici – in particolare fobici, ossessivi e DAP – disturbi di
personalità)
-
Malattie non
psichiatriche:
-
malattie neurologiche
(tumori cerebrali, traumi cranici, ictus, epilessia temporale,
sclerosi multipla, Parkinson, Alzheimer, Corea di Huntington);
-
malattie endocrine (iper
e ipotiroidismo, malattia di Cushing);
-
malattie sistemiche
(lupus eritematoso, artrite reumatoide, pancreatite cronica e
tumori pancreatici, tbc, polmoniti virali, mononucleosi
infettiva, epatiti e cirrosi)
-
Farmaci
(psicofarmaci: neurolettici, benzodiazepine, barbiturici;
reserpina, clonidina, beta-bloccanti, levodopa, indometacina,
flunarizina, cimetidina, sulfamidici, contraccettivi orali,
alfa-metildopa, coritcosteroidi, nifepadina, guanetidina,
antineoplastici, amfetamine, alcool).
(Colombo, 2001)
F) DEPRESSIONE
MASCHERATA
La depressione mascherata si
manifesta con una sintomatologia prevalentemente non affettiva,
bensì cognitiva o somatica o comportamentale (Colombo, 2001).
Esempi di questa forma di depressione si riscontrano nella
pseudo-demenza, dove è evidente il decadimento cognitivo, nel
dolore cronico che non risponde alla terapia antidolorifica, in
determinati acting (abuso di sostanze, tendenza agli incidenti,
comportamenti bulimici, condotte autolesionistiche e suicidarie)
e nei disturbi del comportamento e ipocondria nell'anziano
(Colombo, 2001).
2.1.2 I disturbi
depressivi nel DSM-IV-TR
Il DSM-IV-TR (APA, 2001) classifica
i disturbi depressivi inserendoli all'interno della più vasta
sezione dei Disturbi dell'umore, costituita da tre aree:
A.
Episodi di alterazione dell'umore, che non rappresentano,
di per sé, categorie separate diagnosticabili, ma rientrano tra
i criteri indispensabili per la diagnosi dei Disturbi
dell'umore.
-
Episodio depressivo
maggiore
-
Episodio maniacale
-
Episodio misto
-
Episodio ipomanicale
B.
Disturbi dell'umore:
-
Disturbi depressivi
(o “depressione unipolare”)
-
Disturbo depressivo maggiore
-
Disturbo distimico
-
Disturbo depressivo non altrimenti
specificato
-
Disturbi bipolari
-
Disturbo bipolare I
-
Disturbo bipolare II
-
Disturbo ciclotimico
-
Disturbo bipolare non
altrimenti specificato
-
Disturbo
dell'umore dovuto ad una condizione medica generale
-
Disturbo
dell'umore indotto da sostanze
-
Disturbo
dell'umore non altrimenti specificato
C.
Specificazioni per la descrizione del più recente episodio di
alterazione dell’umore (Lieve, moderato, grave, in
remissione parziale o completa; cronico; con manifestazioni
catatoniche; con manifestazioni melanconiche; con manifestazioni
atipiche; ad esordio nel postpartum) e specificazioni per la
descrizione del decorso degli episodi ricorrenti (con o
senza recupero completo interepisodico; ad andamento stagionale;
a cicli rapidi)
2.1.2.1 Il Disturbo
Depressivo Maggiore
Il principale criterio diagnostico
per il disturbo depressivo maggiore è la presenza di uno o più
episodi depressivi maggiori, in assenza di altri tipi di episodi
di alterazione dell'umore (maniacali, misti, ipomaniacali, nel
cui caso, la diagnosi propenderà per un disturbo bipolare).
La sintomatologia caratterizzante è
la presenza di umore depresso o perdita di interesse, che, ai
fini diagnostici, devono comparire per almeno due settimane
accompagnati da almeno altri quattro sintomi depressivi (APA,
2001).
L'età media di esordio è intorno ai
25 anni, nonostante il disturbo depressivo maggiore possa
manifestarsi ad ogni età (APA, 2001).
Gli episodi caratterizzanti il
disturbo spesso si verificano in conseguenza ad un grave evento
psicosociale stressante (come un lutto o un divorzio). Sembra,
da studi citati nel DSM-IV-TR, che il ruolo di questo tipo di
eventi sia più significativo nell'esordio del primo o del
secondo episodio e abbia meno valore nell'esordio degli episodi
successivi (APA, 2001).
Il decorso può condurre, in circa
due terzi dei casi, ad una completa risoluzione degli episodi
depressivi maggiori che, invece, in un terzo dei casi, non si
risolvono o si risolvono solo parzialmente. In quest'ultima
eventualità, sarà maggiore la probabilità di incorrere in
ulteriori episodi, mantenendo un andamento con recupero
interepisodico parziale (APA, 2001).
Il rischio di sviluppare, nel corso
della vita, il disturbo depressivo maggiore varia dal 10% al 25%
per le donne e dal 5% al 12% per gli uomini, in campioni di
comunità, mentre gli indici di prevalenza stimati negli adulti
in campioni di comunità variano dal 5% al 9% per le donne e dal
2% al 3% per gli uomini, senza apparenti differenze per etnia,
educazione, reddito o stato coniugale (APA, 2001).
Angst (1997) riporta studi
epidemiologici da cui emergono tassi di prevalenza nel corso
della vita stimabili tra il 12% e il 17%.
I dati riportati da Judd e Kunovac
(1997) indicano che circa un adulto su cinque (17,7%) soffrirà
di depressione maggiore nel corso della sua vita.
Il disturbo depressivo maggiore è
inoltre più comune tra i familiari di primo grado di individui
con lo stesso disturbo, con una frequenza di 1,5-3 volte
maggiore rispetto alla popolazione generale (APA, 2001) ed è più
comune nei parenti di primo grado dei soggetti con disturbo
distimico.
Nancy McWilliams (1994) afferma che
esiste un'ovvia evidenza del fatto che la depressione ricorra
tra le famiglie; tuttavia rimane ancora aperta la questione di
quanto le tendenze depressive vengano trasmesse geneticamente e
quanto sia invece il comportamento di genitori depressi a
provocare reazioni distimiche nei figli (Mc Williams, 1994).
Il disturbo depressivo maggiore è
associato con un'elevata mortalità. Secondo il DSM-IV-TR, fino
al 15% dei soggetti che soffrono di disturbo depressivo maggiore
grave muore per suicidio e, negli individui con più di 55 anni
di età, la frequenza di morte aumenta di quattro volte rispetto
a chi ha un'età inferiore (APA, 2001).
Inoltre, in un confronto tra
soggetti osservati in ambiente medico generale, quelli con
disturbo depressivo maggiore manifestano maggiori dolori e
malattie fisiche e un ridotto funzionamento non solo fisico ma
anche sociale e di ruolo (APA, 2001).
Il disturbo depressivo maggiore è
spesso preceduto da un disturbo distimico: come informa il
DSM-IV-TR, ciò accade con una percentuale del 10% nei campioni
epidemiologici e del 15%-20% nei campioni clinici. È stato
stimato che, ogni anno, individui con solo disturbo distimico
manifesteranno un primo episodio depressivo maggiore in circa il
10% dei casi (APA, 2001).
Anche i soggetti con condizioni
mediche generali croniche o gravi (come diabete, infarto del
miocardio, ictus, carcinomi, ecc) corrono un rischio più
elevato, rispetto al resto della popolazione, di sviluppare in
seguito il disturbo depressivo maggiore (secondo il DSM-IV-TR,
fino al 20-25% dei casi). La presenza di condizioni mediche
generali croniche costituisce, inoltre, un fattore di rischio
per episodi depressivi maggiori più persistenti (APA, 2001).
Diagnosi differenziale
Innanzitutto, è esclusa la diagnosi
di disturbo depressivo maggiore se, nella storia del soggetto,
sono presenti episodi ipomaniacali (che, senza episodi
maniacali, indicano una diagnosi di disturbo bipolare II) o
maniacali e misti (che, con o senza episodi ipomaniacali,
suggeriscono una diagnosi di disturbo bipolare I) (APA, 2001).
Nel DSM-IV-TR (APA, 2001), gli
episodi depressivi maggiori devono inoltre essere differenziati
da:
-
Un disturbo
dell'umore dovuto ad una condizione medica generale, nel
caso in cui il disturbo sia la diretta conseguenza fisiologica
di una specifica condizione medica generale.
-
Un disturbo
dell'umore indotto da sostanze (per es, droghe di abuso,
medicamenti, esposizione a tossine).
-
Il disturbo
distimico, che si differenzia dal disturbo depressivo
maggiore per gravità, cronicità e persistenza. L'umore depresso,
che nel disturbo depressivo maggiore deve manifestarsi quasi
ogni giorno in un periodo di almeno due settimane, nel disturbo
distimico deve essere presente quasi ogni giorno per almeno due
anni.
Il disturbo depressivo maggiore è
inoltre diagnosticato in base a uno o più episodi depressivi
maggiori che si possono differenziare dal funzionamento abituale
della persona, mentre la diagnosi di disturbo distimico prevede
sintomi depressivi cronici, presenti da molti anni e di minor
gravità.
-
Il disturbo
schizoaffettivo, che, a differenza del disturbo depressivo
maggiore con manifestazioni psicotiche, richiede la presenza di
deliri o allucinazioni in assenza di sintomi depressivi
rilevanti per un periodo di almeno due settimane. Bisogna
ricordare, inoltre, che anche la schizofrenia, il disturbo
delirante e il disturbo psicotico non altrimenti specificato
possono presentare, in alcune fasi, una sintomatologia
depressiva.
-
I sintomi cognitivi
(come il disorientamento, l'apatia, le difficoltà di
concentrazione e la perdita di memoria) previsti per una
diagnosi di demenza nell'anziano possono essere
difficilmente distinguibili da quelli che si manifestano
nell'ambito di un disturbo depressivo maggiore.
Per effettuare una corretta
diagnosi differenziale si ricorre ad elementi come un'accurata
valutazione medica generale, l'esordio del disturbo, la sequenza
temporale dei sintomi depressivi e cognitivi, il decorso, la
risposta al trattamento e lo stato pre-morboso (solitamente vi è
una storia pre-morbosa normale e con un declino cognitivo
improvviso associato alla depressione nel caso del disturbo
depressivo maggiore, e una storia pre-morbosa di declino
progressivo delle funzioni cognitive nel caso dell'individuo
colpito da demenza).
Judd e Kunovac (1997) considerano
anche la diagnosi differenziale tra episodio depressivo maggiore
e normale reazione di dolore, tenendo conto che
quest'ultima persiste generalmente da due a sei mesi, migliora
senza ricorrere ad uno specifico trattamento e raramente causa
un prolungato danneggiamento nel lavoro o in altre funzioni.
2.1.2.2 Il Disturbo
Distimico
Il criterio diagnostico
fondamentale per il disturbo distimico è la presenza di umore
cronicamente depresso, che si manifesta quasi ogni giorno, per
la maggior parte del giorno, in un periodo di almeno due anni e
accompagnato da altri sintomi depressivi che non soddisfano i
criteri per un episodio depressivo maggiore (APA, 2001).
Il DSM-IV-TR richiede che, durante
i periodi di umore depresso, si manifestino almeno due dei
seguenti sintomi:
-
iporessia o iperfagia
-
insonnia o ipersonnia
-
ridotta energia o
affaticabilità
-
bassa autostima
-
scarsa capacità di
concentrazione
-
difficoltà nel prendere
decisioni
-
sentimenti di disperazione
Durante il periodo iniziale di due
anni, inoltre, la durata degli intervalli liberi da sintomi non
può essere superiore ai due mesi e non si devono verificare
episodi depressivi maggiori.
La sintomatologia più comunemente
riportata dagli individui con disturbo distimico è
caratterizzata da sentimenti di inadeguatezza, perdita di
interesse e piacere, ritiro sociale, sentimenti di colpa o
ruminazioni sul passato, sentimenti di rabbia o irritabilità,
riduzione di attività, efficienza o produttività (APA, 2001).
Il DSM-IV-TR distingue tra un
esordio precoce (prima dei 21 anni) e un esordio tardivo
(all'età di o successivamente ai 21 anni).
Il disturbo distimico si manifesta
frequentemente con un esordio precoce, collocabile
nell'infanzia, nell'adolescenza o nella prima età adulta, e con
un decorso caratterizzato da cronicità (APA, 2001).
La sua insorgenza è più comune tra
i consanguinei di primo grado di individui con lo stesso
disturbo e con disturbo depressivo maggiore rispetto alla
popolazione generale (APA, 2001).
Il DSM-IV-TR riporta una prevalenza
nel corso della vita stimata intorno al 6% ed una prevalenza
del disturbo in un dato momento che corrisponde a circa il 3% (APA,
2001).
Angst (1997) riporta, per la
distimia, un tasso di prevalenza che oscilla tra l'1% e il 4%
nella popolazione adulta e tra il 6% e il 12% negli anziani.
Nella popolazione clinica, i
soggetti con disturbo distimico manifestano frequentemente un
disturbo depressivo maggiore sovrapposto, che, in gran parte dei
casi, rappresenta l'elemento che conduce il soggetto a ricercare
un aiuto terapeutico (APA, 2001).
É stato stimato che, negli ambienti
clinici, fino al 75% degli individui con disturbo distimico
svilupperà un disturbo depressivo maggiore entro cinque anni (APA,
2001).
Nei casi in cui il disturbo
distimico precede l'esordio del disturbo depressivo maggiore è
minore la probabilità che si verifichi un completo recupero
interepisodico spontaneo tra gli episodi depressivi maggiori ed
aumenta il rischio di incorrere in episodi successivi più
frequenti (APA, 2001).
Per una diagnosi di disturbo
distimico nei bambini e negli adolescenti l'umore può assumere
la caratteristica di irritabilità, anziché di tristezza e
depressione e deve manifestarsi per un periodo minimo di un anno
(APA, 2001).
I bambini e gli adolescenti con
questo tipo di disturbo manifestano spesso caratteristiche
sintomatologiche di irritabilità, eccentricità, depressione in
aggiunta a una bassa autostima, scarse capacità sociali e
pessimismo. Nei bambini, soprattutto, il disturbo distimico
provoca una compromissione a livello di prestazioni scolastiche
e di interazioni sociali (APA, 2001).
Non sono state evidenziate
differenze di genere nell'esordio e nelle manifestazioni del
disturbo nell'infanzia (APA, 2001).
Diagnosi differenziale
Il DSM-IV-TR (APA, 2001),
sottolinea la distinzione tra la diagnosi di disturbo distimico
e la diagnosi di disturbi che possono presentare simili
caratteristiche:
-
Il disturbo
depressivo maggiore (vedi diagnosi differenziale del
disturbo depressivo maggiore).
-
I disturbi
psicotici cronici (per esempio, disturbo schizoaffettivo,
schizofrenia, disturbo delirante), che, frequentemente,
presentano sintomi depressivi associati alla sintomatologia
caratteristica. Nel caso in cui i sintomi si presentino solo nel
decorso di un disturbo psicotico (incluse le fasi residue) viene
esclusa la diagnosi di disturbo distimico.
-
Un disturbo
dell'umore dovuto ad una condizione medica generale; in base
alla storia, ai dati di laboratorio o agli esami fisici, se il
disturbo dell'umore appare come la diretta conseguenza
fisiologica di una specifica condizione medica, generalmente
cronica, si propenderà per una diagnosi di disturbo dell'umore
dovuto ad una condizione medica generale, con manifestazioni
depressive, escludendo, con ciò, la diagnosi di disturbo
distimico.
-
Un disturbo
dell'umore indotto da sostanze, nel caso in cui una sostanza
sia eziologicamente correlata al disturbo dell'umore.
-
Un disturbo di
personalità, che frequentemente coesiste con il disturbo
distimico. In questi casi, se la sintomatologia soddisfa i
criteri per il disturbo distimico e, allo stesso tempo, per il
disturbo di personalità, vengono poste entrambe le diagnosi.
Mc Williams (1994) ricorda,
inoltre, che anche le persone con strutture di personalità
narcisistica o masochistica manifestano comunemente alcuni
sintomi caratteristici della depressione clinica, in particolar
modo l'umore distimico.
A cura di
Adriano Legacci
-
Serena Terigi ©
2008
Pagine Blu degli Psicologi
Psicoterapeuti. |