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2.
TEORIE EZIOLOGICHE
3.1
Teorie cognitive
3.1.1 Il modello
cognitivo della depressione di Beck
Il modello cognitivo di Beck si
fonda sul concetto di distorsioni cognitive, che costituiscono,
secondo l'autore, la causa primaria dell'insorgenza della
malattia depressiva (Arieti, Bemporad, 1978).
Il principio base della teoria di
Beck afferma che la vulnerabilità ed il mantenimento della
depressione sono fattori correlati all'attivazione di schemi
disfunzionali che predispongono l'individuo a diventare depresso
(Murphy, Sahakian, O'Carroll, 1998).
I processi di pensiero distorti
(come quelli catastrofizzanti, l'astrazione selettiva, il
pensiero dicotomico e l'eccessiva generalizzazione) rendono
l'individuo incline a sviluppare una visione negativa di sé e
del mondo e possono produrre e mantenere le manifestazioni
emotive e comportamentali della depressione.
In questo modo i pensieri negativi
e l'umore depresso si rinforzeranno reciprocamente e l'individuo
depresso tenderà automaticamente a distorcere in modo negativo
le informazioni provenienti dall'ambiente esterno, evitando di
integrare le successive esperienze che contraddicono la sua
visione negativa (Murphy, Sahakian, O'Carroll, 1998).
Questa visione è in linea con le
formulazioni teoriche di Bower (1981), secondo cui, una persona
che sperimenta una particolare emozione sarà successivamente
indotta a ricordare, percepire ed aspettarsi stimoli congruenti
con quell'emozione; per esempio, nella teoria di Bower,
l'attivazione di ciò che l'autore definisce “nodo” emotivo (come
la tristezza) può provocare l'attivazione di altri nodi o
concetti correlati, nella rete semantica, alla depressione (come
la mancanza di speranza o la disperazione) (Murphy, Sahakian, O'Carroll,
1998).
Nel 1970 Beck formula il concetto
di Triade Cognitiva, per rappresentare i tipi di
distorsione specifici della depressione.
Come ricordano Arieti e Bemporad
(1978), la triade cognitiva descritta da Beck è composta da:
-
aspettative negative
nei confronti dell'ambiente
-
un'opinione negativa
di sé
-
aspettative negative
per il futuro
Il sentimento depressivo ha
origine, secondo Beck, dallo specifico atteggiamento cognitivo
derivante da questi tre elementi, che l'autore afferma di aver
individuato attraverso i sogni, le libere associazioni e le
reazioni agli stimoli esterni dei suoi pazienti (Arieti,
Bemporad, 1978).
La visione negativa di sé, delle
esperienze attuali e del futuro, insita nella triade cognitiva,
porterà l'individuo a non intraprendere determinate attività,
anticipando un suo probabile fallimento (Saggino, 2004).
In un lavoro del 1976 Beck
suggerisce la correlazione tra l'insorgenza della depressione ed
una perdita significativa, la quale produce le caratteristiche
distorsioni cognitive (Arieti, Bemporad, 1978). In questa
visione, eventi di vita stressanti o perdite potrebbero attivare
rigidi schemi negativi in grado di produrre distorsioni a
livello dei pensieri e delle percezioni relative al mondo, al
futuro ed in particolare a se stessi (Murphy, Sahakian, O'Carroll,
1998).
Citando lo stesso autore, “le
esperienze di vita del paziente attivano pertanto degli schemi
cognitivi che vertono sul tema della perdita. I vari fenomeni
emotivi, motivazionali, comportamentali e vegetativi della
depressione derivano da queste valutazioni negative di sé” (Beck,
1976, p. 129; cit. in Arieti, Bemporad, 1978, p 64).
Come ricorda Saggino (2004), gli
schemi cognitivi disfunzionali, individuati da Beck come la base
della depressione, non si formano, secondo l'autore, in uno
specifico momento della vita del soggetto, bensì costituiscono
un'anomalia durevole e caratteristica della psicologia
individuale, che può essere attivata in conseguenza di un trauma
esterno di varia natura.
3.1.2 Depressione e
difetti nei processi di elaborazione non automatica
Murphy, Sahakian, O'Carroll (1998)
prendono in considerazione varie ricerche che hanno evidenziato
negli individui depressi maggiori difficoltà nell'elaborazione
che richiede uno sforzo rispetto all'elaborazione automatica e
che queste difficoltà sono evidenti sia nei compiti mnemonici
che in quelli non mnemonici.
Esempi di elaborazioni che
necessitano uno sforzo per essere attuate sono quelle che
richiedono una considerevole capacità attentiva, che
interferiscono con altre operazioni cognitive che richiedono
capacità attentiva, che devono essere iniziate intenzionalmente
e che mostrano i vantaggi attraverso la pratica (Murphy,
Sahakian, O'Carroll, 1998).
Gli autori citano a proposito
Hartlage et al. (1993), secondo i quali la depressione
interferisce significativamente con i processi di elaborazione
non automatici e minimamente con quelli automatici; la qualità
dell'interferenza dipenderà dalla natura del compito, dalla
gravità della depressione e dalla valenza degli stimoli
materiali che devono essere processati (Murphy, Sahakian, O'Carroll;
1998).
Le formulazioni di Hartlage et al.,
come evidenziato da Murphy et al. (1998) appaiono in contrasto
con la teoria di Beck, precedentemente descritta, che, invece,
ascrive alle distorsioni dei pensieri automatici e delle
percezioni un ruolo fondamentale nello sviluppo e nel
mantenimento della depressione.
Gli autori, in riferimento ai
risultati di ricerche condotte sull'argomento, affermano che,
per alcune di queste, la causa della correlazione tra
depressione e difficoltà nell'elaborazione non automatica è
riconducibile ad una ridotta motivazione, mentre per altre
deriva da un indebolimento della capacità cognitiva totale o da
un restringimento del focus attentivo verso quei pensieri
specificamente correlati alla depressione o quanto meno
irrilevanti per il compito imminente (Murphy, Sahakian, O'Carroll;
1998).
3.1.3 Depressione e
distorsioni nei processi mnemonici
Alcune ricerche hanno evidenziato
una significativa correlazione tra errori di distorsione nei
processi mnemonici e depressione.
Teasdale (1983), citato da Murphy
et al. (1998), suggerisce che le distorsioni della memoria
congruenti con l'umore possono essere un meccanismo cognitivo
che gioca un ruolo importante nel mantenimento della
depressione. In quest'ottica, se un individuo è triste o
depresso, una distorsione della memoria congruente con l'umore
comporta una maggior accessibilità dei ricordi negativi e la
rievocazione di tali ricordi può mantenere o esacerbare l'umore
depresso, il quale può, a sua volta, richiamare sempre più
ricordi negativi, dando vita ad un circolo vizioso (Murphy,
Sahakian, O'Carroll; 1998).
Da uno studio di Bradley e Mathews
del 1983 emerse inoltre che i pazienti depressi richiamavano
alla memoria più parole negative quando erano chiamati a
riferirsi a se stessi rispetto a quando dovevano riferirsi agli
altri (Murphy, Sahakian, O'Carroll; 1998).
A conferma di tali ipotesi, Murphy
et al. (1998) evidenziano i risultati di ulteriori ricerche, che
hanno rilevato la presenza di distorsioni della memoria
implicita, o inconscia, congruenti con l'umore sia nei soggetti
depressi che nei soggetti disforici.
3.2 Teorie
psicoanalitiche
3.2.1 Karl
Abraham: il primo sguardo psicoanalitico alla depressione
I primi lavori psicoanalitici sulla
depressione risalgono a Karl Abraham che, nel 1912, prese in
considerazione alcune caratteristiche comuni tra la depressione
e la nevrosi ossessiva, notando che in entrambe queste
condizioni era presente un forte sentimento di odio e ostilità,
che inibisce la capacità di amare l'oggetto (Mangini, Macchi,
2003; Arieti, Bemporad, 1978).
Secondo questa teoria, l'odio, che
affonda le sue radici nell'eccessiva rimozione della libido
(Arieti, Bemporad, 1978), viene a sua volta represso insieme
all'impulso sadico; tuttavia, in accordo alle formulazioni di
Freud, permangono le loro tracce nelle fantasie di vendetta e
negli impulsi criminali. Questa non totale rimozione del sadismo
dà vita a sentimenti di angoscia e colpa che possono sfociare
nel delirio di colpa e di indegnità, a cui si associa il
disinvestimento libidico della realtà esterna (Mangini, Macchi,
2003).
In virtù del meccanismo della
rimozione, il senso di colpa che pervade il soggetto depresso ha
origine dai desideri distruttivi reali che permangono
nell'inconscio (Arieti, Bemporad, 1978).
Abraham si accorse presto che, a
differenza del nevrotico ossessivo, capace di contrastare
l'impulso sadico con meccanismi evoluti come la rimozione e lo
spostamento, il depresso tendeva a proiettare all'esterno l'odio
derivato dal proprio sadismo (Mangini, Macchi, 2003; Arieti,
Bemporad, 1978), trasformando il sentimento inaccettabile “Non
riesco ad amare gli altri; devo odiarli” nel pensiero cosciente
“Gli altri non mi amano; mi odiano” (Arieti, Bemporad, 1978).
Come osservano Arieti e Bemporad
(1978), in questa prima parte del suo lavoro, Abraham identifica
aspetti importanti della malattia depressiva che fino a quel
tempo nessuno aveva osservato: tra questi, l'ambivalenza
caratteristica del soggetto depresso, la sua incapacità ad amare
gli altri, l'eccessiva preoccupazione per sé, l'utilizzo del
senso di colpa per focalizzare l'attenzione su di sé e
l'ostilità di base che pone un grosso ostacolo al raggiungimento
di una adeguata maturazione cognitiva (Arieti, Bemporad, 1978).
Inizialmente Abraham ipotizza che,
alla base della melanconia, ci sia una regressione alla
sottofase anale più arcaica, ovvero quella dell'
”espellere-annientare”. A differenza del nevrotico ossessivo,
che, regredendo al secondo stadio della fase anale (quello dell'
“trattenere-dominare”) conserva la capacità di mantenere
l'oggetto, su cui esercita il proprio dominio attraverso le
ossessioni e le compulsioni, il soggetto melanconico, obbedendo
all'impulso sadico di annientamento, espelle, e quindi perde,
l'oggetto d'amore e la relazione con esso (Mangini, Macchi,
2003).
Con il progredire della malattia,
la soppressione delle relazioni oggettuali si diffonderà
facilmente anche all'ambiente esterno circostante e agli
interessi fino a quel momento coltivati (Mangini, Macchi, 2003).
Il lavoro del 1916 sancisce un
importante mutamento di prospettiva nell'approccio di Abraham
alla comprensione della melanconia. In questo scritto Abraham
focalizza la sua attenzione sulla fase orale, considerando la
depressione come una regressione a questa prima fase dello
sviluppo psicosessuale. Sulla base delle formulazioni di Freud,
che aveva individuato l'introiezione come la caratteristica
dominante degli individui con fissazione orale, Abraham
considera il ruolo centrale che i meccanismi di introiezione ed
incorporazione occupano nella depressione (Mangini, Macchi,
2003; Arieti, Bemporad, 1978).
Affermando che “Nelle profondità
del suo inconscio vi è una tendenza a divorare e demolire
l'oggetto” (Abraham, 1916; cit. in Arieti, Bemporad, 1978,
p. 34), Abraham attribuisce a tale desiderio inconscio la base
da cui origina la sintomatologia depressiva legata
all'alimentazione.
La correlazione tra oralità e
depressione è infatti confermata da sintomi quali il rifiuto del
cibo, che, equivalendo all'oggetto, l'individuo teme di
distruggere, e la paura di morire di fame, legata al timore
della realizzazione dei desideri orali distruttivi (Arieti,
Bemporad, 1978); rispondono allo stesso impulso sadico
originario, oltre ai comportamenti di astensione, anche quelli
che conducono il soggetto a divorare avidamente il cibo, che,
essendo inghiottito viene al contempo annientato (Mangini,
Macchi, 2003).
Postulando il ruolo
dell'introiezione nell'eziologia della depressione, Abraham
anticipa e introduce il lavoro di Freud del 1917: Lutto e
melanconia (Mangini, Macchi, 2003; Arieti, Bemporad, 1978).
Dalle successive formulazioni
teoriche di Abraham emerge una visione della melanconia, in cui
agiscono, in compartecipazione, meccanismi anali e orali. Nel
1924 l'autore definisce la melanconia come una sorta di lutto
arcaico, caratterizzato da un movimento di espulsione,
appartenente alla sfera anale, a cui segue un movimento orale di
incorporazione dell'oggetto d'amore (Mangini, Macchi, 2003).
Riguardo all'eziologia della
depressione, Abraham identifica uno stretto e significativo
legame tra l'insorgenza della malattia ed una delusione amorosa,
che viene vissuta inconsciamente come la ripetizione di una
ferita narcisistica determinata dalla frustrazione della
richiesta d'amore rivolta all'oggetto primario nello stadio
pre-edipico (Mangini, Macchi, 2003).
All'origine della depressione vi è
dunque un'esperienza traumatica infantile, che si incista
nell'inconscio dell'individuo come un potente fattore eziologico
in grado di predisporre il soggetto a sviluppare una depressione
in conseguenza di successive perdite oggettuali, che richiamano
quella originaria, soprattutto se connotate da ambivalenza e
caratterizzate da un investimento di tipo narcisistico (Mangini,
Macchi, 2003; Arieti, Bemporad, 1978; Cianciabella, 2008).
3.2.2 Lutto e
melanconia
“L'ombra dell'oggetto cadde
così sull'Io”
(Freud, 1917,
p. 108)
Risale al 1917 il noto scritto di
Freud Lutto e melanconia, descritto da Arieti e Bemporad
(1978) come un lavoro fondamentale che ha cambiato il corso
della psicoanalisi.
Freud inizia questo saggio
osservando gli elementi che distinguono il lutto dalla
melanconia. Nel lavoro del lutto l'esame di realtà rende
l'individuo cosciente della perdita dell'oggetto amato e
richiede che la libido sia disinvestita da tutto ciò che è
connesso con il medesimo oggetto. Il processo di distacco della
libido dall'oggetto perduto è sicuramente lento e doloroso, ma,
una volta portato a termine, rende l'Io nuovamente libero e
pronto per affrontare ulteriori investimenti.
A differenza del lutto, la
melanconia manifesta alcuni specifici aspetti, tra cui una
notevole deflazione della stima di sé, autoaccuse e aspettativa
irrazionale di autopunizione (Cianciabella, 2008; Arieti,
Bemporad, 1978).
Citando Freud, “Nel lutto il
mondo si è impoverito e svuotato, nella melanconia impoverito e
svuotato è l'Io stesso” (Freud, 1917, p. 105).
Considerando che le autoaccuse e le
lamentele rappresentano in realtà rimproveri rivolti ad un
oggetto d'amore, Freud assume che alla base dei meccanismi di
rivolgimento contro il sé ci sia una scissione dell'Io, in cui
una parte attacca l'altra, ovvero quella che si è identificata
con l'oggetto perduto e precedentemente introiettato.
Freud postula che la relazione
oggettuale antecedente alla perdita fosse gravemente turbata e
permeata dal conflitto di ambivalenza, impedendo con ciò il
ritiro successivo della libido, che invece di essere spostata su
un altro oggetto viene riportata nell'Io. Una volta qui, la
libido viene utilizzata per stabilire un'identificazione dell'Io
con l'oggetto abbandonato; il conflitto tra l'Io e l'oggetto
amato si propone allora nei termini di un conflitto interno tra
una parte di Io corrispondente all'oggetto e un'altra parte di
Io che critica e giudica la prima, a cui rivolge gli impulsi
sadici originariamente diretti all'oggetto reale deludente:
“In questo modo la perdita dell'oggetto si era trasformata in
una perdita dell'Io” (Freud, 1917, p. 108).
La perdita dell'oggetto,
l'ambivalenza e la regressione della libido nell'Io sono dunque
i tre fattori che, nella teoria freudiana, costituiscono la base
della melanconia (Freud, 1917).
3.3 Eventi di
vita e depressione
Jenaway e Paykel (1997) considerano
l'evidenza scientifica che supporta un forte e complesso legame
tra eventi stressanti e depressione.
Ci sono eventi di vita che possono
essere datati ed esaminati oggettivamente, come eventi collegati
al lavoro o correlati alla famiglia; altri eventi, invece, sono
osservabili in base ai loro probabili effetti, negativi o
positivi, sul soggetto (Jenaway e Paykel, 1997).
Le ricerche sulla depressione si
sono principalmente focalizzate sugli eventi di vita negativi,
che causano stress o minaccia (Jenaway e Paykel, 1997).
Gli autori prendono in
considerazione l'ipotesi che secondo cui la depressione, come
specifica condizione clinica, è indotta da determinati tipi di
eventi. In questo senso assume una rilevanza centrale, il
concetto di perdita, che include al suo interno lutti,
separazione interpersonali, perdita di stima di sé ed altri tipi
di perdite (Jenaway e Paykel, 1997).
Nonostante sussista una chiara
correlazione tra depressione e perdite interpersonali, gli studi
suggeriscono una debole specificità, mentre emerge una relazione
più forte quando gli eventi di vita sono descritti più
genericamente come minacciosi o indesiderabili (Jenaway e Paykel,
1997).
Ad ogni modo, Jenaway e Paykel
(1997), in riferimento al concetto di vulnerabilità, sostengono
che, se è vero che ognuno deve affrontare degli eventi di vita,
è però evidente che alcune persone tendono a sperimentarne più
di altre. In questo senso acquisterebbero un valore preventivo
gli interventi volti a migliorare le abilità di problem solving
e all'insegnamento di capacità sociali e gli interventi di
supporto e counseling secondariamente al verificarsi degli
eventi di vita (Jenaway e Paykel, 1997).
3.4 Relazione
tra personalità e depressione
Hirschfeld et al. (1997) descrivono
i tre maggiori approcci teorici che considerano la relazione tra
depressione e personalità, ricordando che ognuno di questi tre
modelli consiste sia di un fondamento teorico sia di
implicazioni per la pratica clinica:
1) Predisposizione (o
vulnerabilità)
Secondo questo modello, esistono
alcune caratteristiche di personalità che possono precedere
l'insorgere della depressione e rendere l'individuo vulnerabile
allo sviluppo della malattia.
Il tratto che, nella letteratura
clinica, viene più comunemente associato con la predisposizione
è l'eccessiva dipendenza interpersonale, che si manifesta come
un bisogno esagerato di ricevere rassicurazione, supporto e
attenzione da parte degli altri.
Aderiscono a questo modello sia
alcune teorie psicodinamiche sia alcune teorie cognitive e
neurobiologiche.
(Hirschfeld et al., 1997)
2) Complicazione (o cicatrice)
Questo modello si pone con una
visione opposta a quella precedente.
In esso si ipotizza un cambiamento
della personalità come diretta conseguenza della depressione
clinica, in particolare quando gli episodi sono gravi e
protratti nel tempo.
L'assunto di base è che
l'esperienza devastante della depressione possa causare
cambiamenti di personalità, nelle aree della percezione di se
stesso e dello stile di interazione con gli altri; ad esempio,
in seguito a multipli episodi depressivi potrebbero stabilirsi
in maniera permanente nella personalità tratti di dipendenza e
pessimismo.
(Hirschfeld et al., 1997)
3) Spettro
Questo modello indaga
specificamente la relazione tra i disturbi affettivi e gli
aspetti temperamentali o costituzionali della personalità,
supponendo che alcune caratteristiche di personalità possono
essere considerate come manifestazioni più lievi dei disturbi
affettivi. Entrambi sono comunque considerati come l'espressione
della medesima dotazione genetica o disposizione sottostante, la
quale può essere anche intesa come un “carattere depressivo”,
contraddistinto da tratti quali pessimismo, passività,
instabilità dell'umore, negatività e scarsa energia.
In quest'ottica, alcuni disturbi o
pattern comportamentali come la ciclotimia possono essere
osservati all'interno di un continuum tra normalità da un lato e
sindrome depressiva conclamata dall'altro.
(Hirschfeld et al., 1997)
E' comunemente rintracciabile nella
letteratura psicoanalitica l'associazione tra depressione e
caratteristiche di personalità, come oralità e dipendenza
interpersonale.
Le formulazioni psicoanalitiche sul
concetto di carattere depressivo (Hirschfeld et al. citano, a
proposito, Berliner, Mendelson, Simons, Kernberg) hanno
evidenziato come elementi centrali la scarsa stima di sé, la
deprivazione di sé e il rifiuto di sé, talvolta talmente elevato
da giungere fino al masochismo (Hirschfeld et al., 1997).
A sostegno della correlazione tra
depressione e personalità, Hirschfeld et al. (1997) citano anche
le teorie cognitive che, come quella di Beck, hanno enfatizzato
il ruolo degli schemi e delle attribuzioni cognitive e
caratterologiche negative, ricordando inoltre che anche nel
DSM-IV la principale caratteristica del disturbo di personalità
è costituita dall'eccessiva presenza di credenze negative e
pessimistiche su se stessi e gli altri.
Hirschfeld affermano che sembra
dunque esistere un effetto significativo, sebbene non-specifico,
delle caratteristiche di personalità sulla vulnerabilità alla
depressione.
Le persone che guariscono da questo
disturbo manifestano generalmente una minor resilienza, ridotta
capacità di gestione dello stress, maggior introversione e
appaiono meno forti emotivamente rispetto a quelle che non hanno
sofferto di depressione; queste caratteristiche non sono
tuttavia strettamente associabili alla patogenesi della
depressione (Hirschfeld et al., 1997).
3.4.1 La
personalità depressiva
Kraepelin fu il primo a descrivere,
nel 1921, il temperamento depressivo, rintracciabile
nelle persone tristi, ansiose, con umore prevalentemente
depresso, ma anche serie, tormentate dalla colpa, autoaccusanti,
rifiutanti verso sé e con poca fiducia in se stesse. Kraepelin
credeva che questo tipo di temperamento fosse ereditario e che
si manifestasse nell'adolescenza o nella prima età adulta, per
poi rimanere caratteristico del paziente per tutta la sua vita
e, potenzialmente, favorire l'insorgenza di elaborati episodi
depressivi (Hirschfeld et al., 1997).
Nancy McWilliams (1994) parla della
personalità depressiva in termini psicoanalitici.
L'autrice identifica, tra i
sentimenti prevalenti delle persone depresse, un senso di
colpevolezza estremamente diffuso, cosciente ed egosintonico,
che le induce a tormentarsi su ogni minimo peccato commesso o su
un gesto gentile che hanno dimenticato di compiere, e una
profonda tristezza.
Le persone con una psicologia
depressiva sono inoltre convinte di essere cattive ed
intrinsecamente distruttive. Il senso di indegnità deriva dalle
esperienze di perdita non elaborate che hanno prodotto in queste
persone la convinzione di aver provocato loro stesse l'abbandono
od il rifiuto (McWilliams, 1994)
Anche la Mc Williams, come altri
teorici psicoanalitici, enfatizza il ruolo di una perdita
precoce e/o ripetuta, che può assumere la forma di:
l
dolorose e premature
esperienze di separazione da un oggetto d'amore, non solo reali
e tangibili, ma anche interne e psicologiche (come un bambino
costretto ad abbandonare prematuramente il comportamento di
dipendenza dalla figura genitoriale);
l
circostanze che
ostacolano nel bambino l'elaborazione di un lutto normale; nel
caso della perdita di un genitore nella fase di
separazione-individuazione è difficile per il bambino
comprendere cosa sia avvenuto realmente e sarà più facile per
lui ipotizzare una propria cattiveria che potrà predisporlo allo
sviluppo di alcune dinamiche depressive;
l
situazioni di
noncuranza delle figure genitoriali per i bisogni dei figli;
l
un'atmosfera
familiare in cui viene scoraggiata l'espressione di ogni tipo di
sofferenza, promuovendo così, nel caso di una perdita che non
può trovare elaborazione, la convinzione che ci sia qualcosa di
sbagliato in se stessi;
l
l'intensa depressione
di un genitore, specialmente se presente nei primi anni di vita
del bambino.
La persona depressa utilizza in
maniera prevalente specifici meccanismi difensivi (Mc Williams,
1994):
-
L'introiezione:
attraverso questo meccanismo il
depresso interiorizza inconsciamente le qualità "cattive" di un
antico oggetto d'amore, che vengono in questo modo percepite
come parte del Sé. L'autrice ricorda che, affinché l'oggetto
interno sia percepito dal paziente come ostile, critico o
negligente, non è necessario che la persona lo sia stata
realmente (Mc Williams, 1994).
-
Il rivolgimento
contro la propria persona:
mediante questo meccanismo
l'individuo riduce l'angoscia, in particolar modo l'angoscia di
separazione, poiché credendo che l'abbandono possa essere
provocato dalla propria rabbia e dalle proprie critiche il
soggetto si sente più sicuro a rivolgerle contro il Sé. Lo
stesso meccanismo inoltre favorisce nell'individuo la
conservazione di un senso di potere, derivante dall'idea che se
la cattiveria è una caratteristica del soggetto, allora lo
stesso potrà, plausibilmente, modificare una situazione
disturbante (Mc Williams, 1994).
-
L'idealizzazione:
comunemente il soggetto depresso
attraversa cicli ricorrenti di idealizzazione verso gli altri,
conseguente autosvalutazione derivante dal confronto, ulteriore
ricerca di oggetti idealizzati per compensare il sentimento di
inferiorità, da cui scaturisce, a sua volta, ulteriore senso di
inferiorità, e così via (Mc Williams, 1994).
A cura di
Adriano Legacci
-
Serena Terigi ©
2008
Pagine Blu degli Psicologi
Psicoterapeuti. |