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2.
DEPRESSIONE. L'INTERVENTO
Per il trattamento dei disturbi
depressivi esistono in letteratura diverse tipologie di
intervento, scelte in base a vari criteri, tra cui la tipologia
della depressione, le caratteristiche del paziente e
l'orientamento teorico del terapeuta.
4.1 Le psicoterapie
4.1.1 Psicoterapie
supportive
Le psicoterapia supportive
consistono di un numero di complesse attività, che giocano un
ruolo importante nel trattamento della depressione (Karasu,
1997).
La relazione terapeutica supportiva,
stabilita tempestivamente e mantenuta durante il decorso della
malattia, è la base da cui si sviluppano i fattori terapeutici;
attraverso di essa, il terapista ottiene empaticamente le
informazioni dal paziente e guadagna la sua fiducia, in modo che
il paziente sia consapevole della disponibilità del terapeuta
nei momenti di crisi (Karasu, 1997).
Mediante un approccio anche
educativo, il terapeuta fornisce inoltre al paziente una
spiegazione razionale dei suoi sintomi e della malattia,
favorendone una comprensione più chiara e promuovendo una
conoscenza delle possibilità di trattamento.
Al contempo il paziente viene
guidato all'interno del suo ambiente (che include relazioni
interpersonali, lavoro, condizioni di vita e altre necessità
mediche o collegate alla salute) assistendolo nei vari contesti
e necessità, come la pianificazione delle assenze dal lavoro o
negli altri compiti e responsabilità richieste (Karasu, 1997).
Come ricorda Karasu (1997), il
trattamento della depressione previsto dalla psicoterapia
supportiva include, oltre agli aspetti sopra descritti, anche
specifiche funzioni terapeutiche:
-
promuovere il
mantenimento della vigilanza nell'ambito dell'emergenza degli
impulsi distruttivi diretti a sé o agli altri;
-
dissuadere il
paziente dall'intraprendere grandi cambiamenti di vita che
potrebbero essere basati sullo stato depressivo;
-
aiutare il paziente a
sostenere il suo stato d'animo e a raggiungere una prospettiva
più ottimistica rafforzando aspettative di aiuto e di speranza
per il futuro;
-
ottenere il supporto
di altre persone che fanno parte della rete sociale del
paziente, supportando anche loro, specialmente quando il
deterioramento delle relazioni interpersonali è una componente
integrante della malattia;
-
porre traguardi che
siano realistici e raggiungibili per il paziente (per non
diminuire ulteriormente il già scarso senso di competenza e la
stima di sé);
-
incoraggiare il
paziente a cercare nuove piccole esperienze di successo,
prendendosi una sorta di impegno con il mondo esterno
(attraverso, ad esempio, attività professionali, sociali o
religiose);
-
sostenere il paziente
ad affrontare le esperienze di vita, spesso limitate, ed i
contatti interpersonali.
(Karasu, 1997)
4.1.2 Terapia
psicoanalitica e Psicoterapie psicodinamiche a lungo termine
Ricordando le originarie
formulazioni di Freud sulla psicodinamica della depressione, per
cui da una relazione altamente ambivalente con un oggetto
perduto risultava ostilità repressa diretta a sé, autocritiche e
impulsi autodistruttivi (in realtà rivolti all'oggetto
introiettato), Karasu (1997) considera ulteriori fattori
eziologici della depressione emersi dalle successive
concettualizzazioni psicodinamiche, che, insieme alle
precedenti, hanno giocato un ruolo importante nella
realizzazione del trattamento.
Tra i fattori considerati
significativi nelle considerazioni eziologiche sulla
depressione, l'autore ricorda:
-
la vulnerabilità
psicologica
-
la dipendenza dalle
fonti esterne per il mantenimento dell'autostima
-
una precoce mancanza
di amore, cura, calore, protezione
-
una disposizione
depressiva segnata da colpa, incapacità e paura relativa alla
perdita di amore
(Karasu, 1997).
Molti teorici psicodinamici, tra
cui Rado, Klein, Kohut, Bowlby, Rutter, Paykel, ecc.,
condividono la tesi della natura eziologica di deficit correlati
a precoci deprivazioni di amore e affetto, di conflitti legati
alla colpa basata su una rigida coscienza e su fantasie represse
di desideri infantili e trasgressioni, e/o di frustrazioni
correlate ad un Io ideale eccessivamente alto (Karasu, 1997).
A tali deficit e conflitti viene
attribuita la causa delle patologiche punizioni che l'individuo
depresso rivolge contro sé, del rifiuto di sé,
dell'impoverimento dell'autostima e delle evidenti
manifestazioni depressive (Karasu, 1992; cit in Karasu, 1997).
La teoria su cui si fonda il
trattamento psicodinamico presuppone, dunque, che i processi
intrapsichici sottostanti alla depressione continueranno a
perpetuarsi finché le relative forze inconsce non saranno
portate alla coscienza e sotto il controllo dell'Io. A questo
punto le difficoltà potranno essere anticipate e dominate e i
conflitti potranno essere affrontati e neutralizzati attraverso
il processo di insight, che, come ricorda Karasu, contiene in sé
aspetti sia cognitivi che emotivi (Karasu, 1997).
La relazione transferale, inoltre,
può essere utilizzata per promuovere un accurato esame di realtà
e la modifica di basilari e durevoli modelli di pensiero,
affetto e comportamento che il soggetto non era precedentemente
in grado di riconoscere (Karasu, 1997). Ad esempio, in individui
vulnerabili e sensibili alla perdita, che ricorrono alla
formazione reattiva ed al volgersi contro il sé come meccanismi
prevalenti per controllare gli impulsi aggressivi, è
fondamentale, nel corso del trattamento, l'individuazione e la
modifica di tali meccanismi (Karasu, 1997).
L'approccio psicodinamico che
integra al proprio modello di intervento anche una versione più
supportiva, si propone di alleviare i sintomi presenti,
riducendo i vantaggi secondari della malattia ed aiutando il
paziente ad adattarsi alle circostanze della vita ed agli eventi
stressanti (Karasu, 1997).
Mc Williams (1994) fornisce alcune
indicazioni terapeutiche specifiche per il trattamento
psicoanalitico della depressione.
L'autrice individua come elemento
fondamentale la creazione di un'atmosfera di accettazione non
giudicante, rispetto ed impegno alla comprensione del soggetto;
il terapeuta deve porsi l'obiettivo centrale di analizzare
costantemente nel soggetto la sottostante aspettativa di un
inevitabile rifiuto e di comprendere gli sforzi impiegati ad
essere “buono” nel tentativo di prevenirlo (Mc Williams, 1994).
Il lavoro del terapeuta consiste
inoltre nell'indagine ed interpretazione delle reazioni del
soggetto ad ogni tipo di separazione, nei tentativi di rendere
coscienti le fantasie che il soggetto ha su di sé e nella
capacità di cogliere come conquiste evolutive comportamenti che
in altri pazienti apparirebbero come resistenze (ad esempio, nel
paziente particolarmente compiacente e collaborativo una seduta
mancata può essere interpretata come un trionfo sulla paura che
il terapeuta possa mettere in atto ritorsioni contro il
soggetto, ad ogni sua minima opposizione) (Mc Williams, 1994).
Ad ogni modo, il fattore
terapeutico prevalente nella cura del depresso, identificato
dall'autrice, è la possibilità che il soggetto sperimenti, nella
relazione analitica, il ritorno del terapeuta in seguito ad una
separazione. In questo modo il soggetto può iniziare a
comprendere che la rabbia per l'abbandono non provoca, come lui
teme, la distruzione del rapporto (Mc Williams, 1994).
4.1.3 Psicoterapia
psicodinamica breve
Mentre la terapia psicoanalitica,
proponendosi di modificare il substrato strutturale del disturbo
depressivo, richiede un lungo tempo, le terapie psicodinamiche
brevi si focalizzano su alcuni aspetti centrali della malattia
depressiva e, secondo Karasu (1997), sono utilizzate in
particolare nel trattamento dei sintomi depressivi manifesti o
di circoscritte aree problematiche.
Specifici sentimenti e
comportamenti depressivi, come le eccessive e irrealistiche
aspettative nelle relazioni significative o i modelli
perfezionistici relativi a se stessi, possono essere indagati
nel corso della terapia dinamica breve, con l'obiettivo di
ridurre il senso di colpa ed incrementare la stima di sé (Karasu,
1997).
Un esempio di questo tipo di
terapia psicodinamica breve è contenuto nel manuale di Luborsky
per i trattamenti espressivi-supportivi, del 1984 (cit. in
Karasu, 1997) che si basa sulla necessità di esprimere,
concepire e riformulare i principali problemi relazionali
nell'ambito di una sottostante relazione transferale. Viene
individuato, a questo scopo, un principale tema relazionale
conflittuale, che rappresenta il bersaglio centrale del
trattamento terapeutico (Karasu, 1997).
4.1.4 Terapia
interpersonale
La terapia interpersonale si basa
sull'ipotesi secondo cui il fattore centrale nella malattia
depressiva è costituito dalla rete sociale e dall'ambiente
interpersonale del paziente (Karasu, 1997).
L'approccio è breve e
standardizzato, con un programma di circa 15-20 sedute per
trattamento (Karasu, 1997).
Tendenzialmente, dopo una prima
fase, in cui vengono fornite al paziente informazioni sulla
condizione clinica della depressione, si passa alla fase
intermedia, che mira all'identificazione della principale area
problematica (Karasu, 1997).
Questo tipo di terapia si pone
l'obiettivo di indagare i precipitati depressivi che comportano
perdite interpersonali, il ruolo delle controversie e delle
transizioni, l'isolamento sociale, o i deficit nelle capacità
sociali (Klerman et al., 1984; cit. in Karasu, 1997).
Karasu (1997) riassume le quattro
principali aree o problematiche interpersonali che la terapia
interpersonale riconosce come comunemente correlate alla
depressione:
1)
le anormali reazioni
di dolore
2)
il ruolo
interpersonale delle dispute
3)
il difficile ruolo
delle transizioni (ad esempio, tentativi fallimentari
nell'affrontare i compiti evolutivi o eventi di vita
significativi, come il passaggio da una scuola all'altra,
cambiamenti di carriera o congedi)
4)
deficit
interpersonali, che includono capacità sociali inadeguate
Con tali presupposti, il paziente
viene aiutato dal terapeuta ad elaborare le perdite attraverso
il lutto, a riconoscere gli affetti correlati, a comprendere e
risolvere il ruolo delle controversie e delle transizioni e a
superare le carenze nelle capacità sociali per promuovere
l'acquisizione di conferme sociali (Karasu, 1997).
4.1.5 Terapia
cognitivo – comportamentale
All'interno della terapia
cognitivo-comportamentale esistono diverse tipologie di
intervento rivolte al trattamento della depressione, da quelle
basate su tecniche che mirano a modificare direttamente il
comportamento del paziente depresso a quelli che mirano
soprattutto a modificare le cognizioni sottostanti al disturbo
depressivo (Saggino, 2004).
La terapia
cognitivo-comportamentale individua i modelli di pensiero
distorti negativamente come la base del comportamento e dei
sintomi depressivi; come sintetizza Karasu (1997), secondo
questo approccio la disforia non sarebbe tanto un disturbo
dell'umore quanto piuttosto un disturbo della cognizione.
I tre fattori riconosciuti dalla
terapia cognitivo-comportamentale, derivante dalla teoria di
Beck, come gli elementi centrali disadattivi della
psicopatologia depressiva, a cui è rivolto il trattamento, sono:
1)
la triade cognitiva
(ricorrenti visioni negative su se stesso, il mondo e il
futuro);
2)
gli impliciti schemi
irrazionali, basati su precedenti esperienze, con cui
l'individuo reagisce all'ambiente esterno;
3)
gli errori (o
distorsioni) cognitivi, ovvero sistematiche deviazioni negative
del pensiero che pervadono il giudizio che il soggetto depresso
ha di sé e degli eventi di vita.
(Karasu, 1997; Saggino, 2004).
Con tali presupposti, la terapia
cognitivo-comportamentale, mediante un approccio breve e
standardizzato (15-20 sedute), si propone di:
-
Ridurre i sintomi del
paziente, inducendolo a riconoscere i pensieri auto distruttivi
(Karasu, 1997).
-
Modificare le
cognizioni erronee dei pazienti dentro e fuori la sessione del
trattamento; correggere i pensieri disfunzionali, promuovendo
specifiche esperienze di apprendimento da cui il paziente possa
imparare a regolare le proprie cognizioni, a riconoscere le
connessioni tra cognizioni, affetto e comportamento, ad
analizzare le prove che confermano e contraddicono il suo
pensiero automatico distorto e a sostituire tali cognizioni con
interpretazioni più conformi alla realtà (Saggino, 2004).
-
Promuovere nel
paziente la capacità di auto-controllo e padronanza di sé, in
modo che possa imparare a riconoscere e ristrutturare
autonomamente le proprie cognizioni erronee e gestirle meglio
nel futuro (Karasu, 1997; Saggino, 2004).
4.2 Il trattamento
farmacologico
L'intervento psicofarmacologico si
pone l'obiettivo specifico di normalizzare l'equilibrio alterato
dei neurotrasmettitori (Saggino, 2004).
Gli antidepressivi più comunemente
usati nel trattamento farmacologico della depressione sono:
-
Triciclici (ATC)
-
Inibitori della
monoaminossidasi (IMAO)
-
Inibitori della
ricaptazione della noradrenalina (NRI)
-
Inibitori selettivi
della ricaptazione della serotonina (SSRI), altrimenti detti
antidepressivi di seconda generazione.
I primi due tipi di antidepressivi
influenzano le monoamine seretonina e norepinefrina, mentre gli
SSRI agiscono soprattutto a livello della serotonina (Saggino,
2004).
La scelta di un farmaco dipende da
vari fattori, tra cui gli effetti collaterali, le condizioni di
ogni singolo paziente (Saggino, 2004), le interazioni
farmacologiche e i disturbi clinici concomitanti, basandosi
anche su considerazioni circa la sicurezza, la tollerabilità, il
costo e la convenienza del rapporto dose – efficacia (Biagi,
Carta, 2001).
Come ricordano Biagi e Carta
(2001), ai fini di una buona compliance del paziente, la
somministrazione della terapia antidepressiva deve essere
preceduta da un'educazione informativa esauriente circa gli
effetti collaterali del farmaco.
La terapia inizia a sviluppare la
propria azione terapeutica dopo 2-3 settimane (Saggino, 2004)
dall' inizio della somministrazione; secondo Biagi e Carta
(2001), inoltre, la durata del trattamento dell'episodio
depressivo non deve essere inferiore ai 4-6 mesi e per i
pazienti che soffrono di depressione ricorrente può essere
richiesta, al termine di un trattamento di sei mesi, una terapia
di mantenimento.
In un recente articolo di Ankarberg
e Falkenstrom (2008) viene considerato il fatto che nel
trattamento della depressione con antidepressivi agiscono sia
componenti farmacologiche che componenti psicologiche.
Gli autori, analizzando la tendenza
generale degli orientamenti farmacoterapici a concentrarsi
esclusivamente sugli elementi tecnici delle modalità di
somministrazione dei farmaci, suggeriscono di considerare il
contesto entro cui viene inserito il farmaco come un fattore di
grande rilevanza per i risultati terapeutici. Quando, ad
esempio, un paziente si dimostra resistente al trattamento, è
raccomandabile modificare il contesto psicologico in cui il
farmaco è prescritto, piuttosto che cambiare farmaco,
aggiungerne altri o aumentare il dosaggio (Ankarberg e
Falkenstrom, 2008).
In contrasto con gli approcci che,
considerando il farmaco di per sé come la parte più importante
di un trattamento antidepressivo, si concentrano sui dettagli
farmacologici del trattamento, gli autori evidenziano
l'importanza di concentrarsi piuttosto sulla creazione di un
contesto di somministrazione del farmaco che possa offrire le
migliori opportunità per la riduzione dei sintomi. A questo
scopo è fondamentale la relazione che il paziente stabilisce con
il medico, in cui assumono una particolare rilevanza fattori
quali il tempo che il medico dedica al paziente (gli autori
suggeriscono un incontro almeno ogni due settimane) e
l'attenzione che il medico rivolge a come il paziente vive la
relazione con lui.
La possibilità di vedere il medico
come qualcuno che conosce bene il suo paziente promuove nel
soggetto la sensazione di essere compreso e sostenuto,
rafforzando il senso di fiducia nei confronti della terapia.
Tutto ciò, come espresso dagli autori, facilita la creazione ed
il mantenimento di una buona alleanza terapeutica (Ankarberg e
Falkenstrom, 2008).
A cura di
Adriano Legacci
-
Serena Terigi ©
2008
Pagine Blu degli Psicologi
Psicoterapeuti. |