Depressione
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  1. DEPRESSIONE. ASPETTI STORICI E CLINICI

 

1.1 Cenni storici

I primi pensieri che ci sono pervenuti intorno al concetto di depressione risalgono al 400 avanti cristo, epoca in cui Ippocrate descrisse la melanconia come una condizione associata a sintomi quali rifiuto del cibo, sconforto, insonnia e irrequietezza (Judd, Kunovac, 1997).

Ippocrate credeva inoltre che la melanconia fosse una manifestazione psicologica di un sottostante disturbo biologico, conseguente all'influenza di bile nera e muco nel cervello (Judd, Kunovac, 1997).

Considerazioni analoghe provengono anche da Aristotele, che introdusse il concetto di “predisposizione” alla melanconia sulla base della credenza di un relativo eccesso di bile nera in alcune persone, che si costituiva, appunto, come l'indice della predisposizione (Judd, Kunovac, 1997).

Molte idee sulla depressione formulate dai filosofi o fisici greci e romani rimasero invariate fino al medioevo, età in cui la causa della malattia mentale veniva attribuita principalmente alla possessione da parte del diavolo, alle forze magiche occulte o al peccato (Judd, Kunovac, 1997).

Nel XIX secolo due fisici francesi, Falret e Baillanger, descrissero indipendentemente l'uno dall'altro la stessa malattia, costituita sia da manifestazioni maniacali che da manifestazioni depressive (Judd, Kunovac, 1997).

Alla fine del XIX secolo, Kraepelin diede vita al primo modello di malattia basato su osservazioni e descrizioni estese e accurate, distinguendo la malattia psicotica dalle altre forme di malattia mentale (Judd, Kunovac, 1997). Nella classificazione di Kraepelin, la malattia depressiva poteva essere distinta dalla dementia praecox in base al decorso periodico o episodico, alla prognosi più benigna e ad una storia familiare di malattia maniaco-depressiva (Judd, Kunovac, 1997).

Nel 1924 Bleuler introdusse il concetto di malattia affettiva nella terminologia psichiatrica e la descrisse mediante le sotto-categorizzazioni in gruppi diagnostici unipolari e bipolari, anticipando in questo modo la futura nosologia (Judd, Kunovac, 1997).

La psichiatria tedesca, francese e inglese della fine del XIX secolo e dell'inizio del XX ha avuto una notevole influenza sullo sviluppo dei moderni sistemi di classificazione diagnostica per i disturbi depressivi (Judd, Kunovac, 1997).

 

 

1.2 Sintomatologia

La depressione è sicuramente una condizione eterogenea sia dal punto di vista clinico che dal punto di vista eziologico (Dozois, Westra, 2004).

In un'ottica clinica, Colombo (2001) definisce la depressione come un abbassamento del tono dell'umore, generalmente accompagnato da un rallentamento, più o meno marcato, di alcune funzioni cognitive, quali l'attenzione, l'ideazione, la percezione, e da un rallentamento psicomotorio.

Secondo la Mc Williams (1994) le manifestazioni della depressione clinica sono significativamente debilitanti per l'individuo, che viene pervaso da un sentimento di invincibile tristezza associato a una mancanza di energie, anedonia, ovvero incapacità di godere dei normali piaceri, e disturbi vegetativi, tra cui problemi di alimentazione, sonno e autoregolazione.

La sintomatologia affettiva che si manifesta nelle varie forme di depressione è stata schematicamente riassunta da Colombo nella sezione del manuale di psicopatologia generale (2001) dedicata ai disturbi dell'affettività e dei sentimenti:

l        deflessione del tono dell'umore

l        pessimismo

l        dolore morale

l        scarsa autostima (autosvalutazione)

l        senso di inutilità

l        sentimenti di colpa

l        vissuti di rovina

l        inadeguatezza

l        indegnità

l        anedonia

l        apatia dolorosa

l        senso di oppressione

l        talora ansia intensa

l        riduzione dell'interesse e piacere in tutte o quasi le attività

l        riduzione del desiderio sessuale

l        ipocondria

 

I sintomi che possono manifestarsi sul piano cognitivo, comportamentale ed affettivo (Colombo, 2001) sono:

 

l        abulia

l        astenia

l        rallentamento psicomotorio o agitazione

l        rallentamento e povertà ideativa

l        difficoltà a concentrarsi

l        idee prevalenti su temi negativi e rivolti al passato

l        pensieri di morte

l        scarsa progettualità per il futuro

l        rappresentazioni spiacevoli (ruminazioni)

l        diminuzione delle attività e dei contatti sociali

l        anoressia e perdita di piacere per i cibi

l        possibili abbuffate

l        ipoestesia (spegnimento percettivo) o iperestesia (con senso di fastidio per gli stimoli)

l        derealizzazione e depersonalizzazione

l        insonnia o ipersonnia

l        disturbi digestivi o cardiovascolari

l        riduzione o aumento ponderale

l        delirio e allucinazioni nei casi di psicosi depressiva

l        sintomi confusionali nei casi di depressioni gravi

 

1.2.1 Differenze di genere

Nell'adolescenza e nell'età adulta il disturbo depressivo maggiore si verifica più comunemente nelle persone di sesso femminile, con un rapporto di 2:1 rispetto ai maschi, mentre nell'infanzia e nella pre-pubertà i ragazzi e le ragazze ne sono ugualmente influenzati (APA, 2001).

Anche per quanto riguarda il disturbo distimico nella popolazione adulta, la donne hanno una probabilità due volte superiore agli uomini di sviluppare il disturbo (APA, 2001).

La preponderanza femminile nella depressione sembra avere inizio intorno alla pubertà, suggerendo un probabile collegamento del disturbo al periodo generativo della donna (Angst, 1997). Anche Zanardi (2004) conferma questo dato, citando il fatto che da numerose ricerche è emerso un maggior coinvolgimento negli stati depressivi, soprattutto tra i 15 anni e i 45 anni.

Esiste inoltre una notevole evidenza del fatto che le donne tendono a sviluppare quadri clinici più complessi e severi ed un decorso probabilmente più grave rispetto agli uomini, che invece sono più inclini a negare o dimenticare eventuali precedenti episodi depressivi (Angst, 1997).

Le donne inoltre tendono a riportare più sintomi somatici, associati ad un'assenza di vitalità; lamentano una mancanza di connessione e riconoscimento nelle relazioni affettive e, frequentemente, l'esordio della condizione depressivo è successiva ad una perdita; gli uomini, invece, tendono più spesso ad associare i loro sintomi depressivi prevalentemente a difficoltà lavorative e  al senso di fallimento che ne deriva (Zanardi, 2004).

 

1.2.2 Comorbidità tra ansia e depressione

E' comunemente riscontrabile nella pratica clinica una forte relazione tra ansia e depressione. Dozois e Westra (2004), citando un lavoro di Brown e Barlow del 2002, affermano che il 55% dei pazienti con un disturbo d'ansia o dell'umore soddisfano i criteri diagnostici per un concomitante disturbo d'ansia o depressivo; esaminando le diagnosi nel corso della vita, il tasso riportato dagli autori era addirittura stimabile al 76%.

I disturbi più comunemente in comorbidità tra loro sono il disturbo depressivo maggiore, la distimia, il disturbo post-traumatico da stress e il disturbo d'ansia generalizzata (Dozois, Westra, 2004).

La comorbidità tra ansia e depressione è generalmente associata con una sintomatologia più grave, maggior disagio psicologico e complessivo indebolimento. Rispetto ai soggetti con un solo disturbo, questi pazienti manifestano inoltre una disabilità funzionale più marcata, un più grave deterioramento nell'area sociale e lavorativa, una maggiore quantità di sintomi e, solitamente, rispondono meno al trattamento (Lecrubier, 1998; Nutt, 2000; citati in: Dozois, Westra, 2004).

 

1.3 Strumenti per l'assessment

Come ricordano Dozois e Westra (2004), una tempestiva scoperta del disturbo depressivo e la puntuale realizzazione di programmi di intervento sono fattori critici che possono esercitare una forte influenza sul decorso della malattia.

Esistono in letteratura diversi strumenti utilizzati per la valutazione degli aspetti correlati alla depressione sia negli adulti che nei bambini.

Bieling, McCaabe e Antony (2004) offrono un'esauriente rassegna delle misure di assessment, includendo sia le scale impiegate per la valutazione della gravità dei sintomi depressivi sia quelle utilizzate per identificare i soggetti a rischio di depressione:

 

-         Attributional Style Questionnaire (ASQ) (Peterson et al., 1982)

E' uno strumento self-report, utilizzato per valutare le percezioni di causalità riguardo agli eventi negativi e positivi, in un'ottica di indagine della vulnerabilità allo sviluppo della depressione.

 

-         Beck Depression Inventory II (BDI-II) (Beck, Steer, Brown, 1996)

E' costituito da 21 item basati sui criteri del DSM-IV-TR e rappresenta lo strumento più frequentemente impiegato per misurare la gravità dei sintomi depressivi.

 

-         Center for Epidemiological Studies Depression Scale (CES-D) (Radloff, 1977)

E' una scala costituita da 20 item e creata  per misurare i sintomi della depressione negli studi epidemiologici della popolazione generale.

 

-         Children's Depression Inventory (CDI) (Kovacs, 1992)

E' una misura self-report, costituita da 27 item, che valutano i sintomi della depressione nei bambini e negli adolescenti (dai 7 ai 17 anni).

 

-         Depression Anxiety and Stress Scales (DASS) (Lovibond & Lovibond, 1995)

Esiste la versione completa con 42 item e la versione ridotta con 21 item. Questo strumento è utilizzato per valutare sia i sintomi dell'ansia sia quelli della depressione, oltre che una dimensione di stress più generale.

 

-         Dysfunctional Attitude Scale (DAS) (Weissman & Beck, 1978)

E' una scala creata per valutare le credenze disadattive che sono associate con la depressione. Viene comunemente usata come misura della vulnerabilità alla psicopatologia, basandosi sul presupposto teorico secondo cui gli individui che esibiscono questo tipo di credenze, anche se in assenza di sintomi attuali, sono più inclini ad sviluppare una depressione nel futuro.

 

A cura di Adriano Legacci - Serena Terigi

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